Bocciata in Consiglio regionale la doppia preferenza di genere

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Bocciata in Consiglio regionale la doppia preferenza di genere.

Resta la necessità di garantire la parità di genere nelle assemblee elettive

 

In quanto donne impegnate per la promozione delle pari opportunità e delle politiche di genere, vediamo che le donne sono quotidianamente colpite nei loro diritti e nelle libertà, che su di esse viene scaricato il costo maggiore della crisi e che si continua ad estrometterle dai luoghi delle decisioni. Ma le donne, in Sardegna come nel resto d’Italia, non sono più disposte a subire passivamente questo attacco alle loro condizioni di vita e di lavoro e ad accettare ulteriormente la loro marginalità nella vita del Paese e del territorio in cui vivono: lo dimostra la ricchezza delle iniziative proposte e realizzate dalle donne per il lavoro, per il miglioramento delle condizioni di vita, per la difesa della loro immagine, per il contrasto della violenza. Le donne, con la loro capacità di iniziativa e di cura, competenza e intelligenza, attenzione e cultura sono un soggetto decisivo per un’azione diretta a invertire il senso di marcia e uscire dalla crisi.

In quanto firmatarie dell’Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria a livello nazionale, siamo convinte che oggi, più che mai, è urgente e necessario realizzare la  partecipazione paritaria delle donne alla gestione della Cosa Pubblica nei luoghi decisionali, nelle istituzioni pubbliche e nelle assemblee elettive a tutti i livelli. Negli anni si sono avanzate numerose proposte e susseguite, purtroppo senza grandi risultati, campagne per la parità di genere nelle assemblee elettive. Premesso che nessun sistema elettorale di per sé garantisce alle donne pari opportunità, reputiamo siano necessarie norme di garanzia per la presenza delle donne nelle liste e per assicurare parità di opportunità per essere elette. Auspichiamo altresì che si arrivi a una legge che regoli il sistema dei partiti secondo l’articolo 49 della Costituzione, prevedendo anche norme per la parità di genere negli organi politici, in particolare quelli incaricati della selezione delle candidature.

Ai fini della piena attuazione del principio della parità di genere, che trova il suo fondamento negli articoli 3 e 51 della Costituzione, nel corso della XVI legislatura sono state approvate due importanti leggi: la legge n. 120/2011, che riserva al genere meno rappresentato almeno un terzo dei componenti dei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa e delle società pubbliche, e la legge n. 215/2012, volta a promuovere il riequilibrio delle rappresentanze di genere nelle amministrazioni locali, che modifica, fra l'altro, il sistema elettorale dei comuni, introducendo la cd. doppia preferenza di genere. Per quanto attiene le elezioni regionali nella stessa legge è introdotto il principio della promozione della parità tra uomini e donne nell'accesso alle cariche elettive attraverso la predisposizione di misure che permettano di incentivare l'accesso del genere sottorappresentato. In realtà il principio già esiste a livello costituzionale (art. 117, settimo comma, Cost), ma, trattandosi di una materia rimessa alle regioni, alla legge statale è consentito intervenire solo per le determinazione dei principi fondamentali.

Il nostro Consiglio regionale ha la grande opportunità di riscrivere la legge elettorale per la Sardegna tenendo conto di tutto questo ma constatiamo sconcertate in che modo miope e vigliacco la stia perdendo. La bocciatura della doppia preferenza di genere appena avvenuta, per giunta a scrutinio segreto, è e rimarrà una delle pagine buie di questa legislatura.

Ma in che altro modo garantire la rappresentanza di genere nelle assemblee elettive? La strada indicata dalla giurisprudenza costituzionale in questi anni è chiara.

Nella motivazione della storica sentenza 422/1995, la Corte Costituzionale affermava che l’art. 3, primo comma e l’art. 51, primo comma Cost. (ante riforma del 2003) “garantiscono l’assoluta eguaglianza tra i due sessi nella possibilità di accedere alle cariche pubbliche elettive, nel senso che l’appartenenza all’uno o all’altro sesso non può mai essere assunta come requisito di eleggibilità: ne consegue che altrettanto deve affermarsi per quanto riguarda la candidabilità”. Secondo la Corte, veniva pertanto a porsi in contrasto con i citati parametri costituzionali “la norma di legge che impone nella presentazione delle candidature alle cariche pubbliche elettive qualsiasi forma di quote in ragione del sesso dei candidati”. Dopo la sentenza della Corte costituzionale del 1995 si pose la questione della necessità di modificare la Costituzione in modo da consentire interventi normativi sulle leggi elettorali tali da incentivare la presenza delle donne negli organismi rappresentativi elettivi. Si aprì allora una fase di revisione della Costituzione che culminò nella XIV legislatura con la modifica dell’art. 51 Cost. Nelle legislature successive sono stati compiuti alcuni tentativi verso l’introduzione di un sistema di quote di genere, ma senza alcun esito.

Con la sentenza n. 49 del 13 febbraio 2003, innovando notevolmente il proprio orientamento, la Corte ha ritenuto legittime le modifiche alla normativa per l’elezione dei consigli regionali approvate dalla regione Valle d’Aosta che stabiliscono che ogni lista di candidati all'elezione del Consiglio regionale deve prevedere la presenza di candidati di entrambi i sessi e che vengano dichiarate non valide dall'ufficio elettorale regionale le liste presentate che non corrispondano alle condizioni stabilite. La stessa Corte ha evidenziato che tale normativa deve essere valutata alla luce di un quadro costituzionale di riferimento che si è evoluto rispetto a quello in vigore all’epoca della pronuncia n. 422/1995. Ribadito che il vincolo resta limitato al momento della formazione delle liste, la Corte ha ritenuto che la “misura disposta dalla regione Valle D’Aosta può senz’altro ritenersi una legittima espressione sul piano legislativo dell'intento di realizzare la finalità promozionale espressamente sancita dallo statuto speciale in vista dell'obiettivo di equilibrio della rappresentanza”.

Più di recente, la Corte è stata chiamata a pronunciarsi su una norma della L.R. Campania n. 4/2009, che prevede la c.d. “doppia preferenza di genere” nelle elezioni regionali. Con tale espressione ci si riferisce alla possibilità per l’elettore di esprimere uno o due voti di preferenza e che, nel caso, di espressione di due preferenze, una deve riguardare un candidato di genere maschile ed una un candidato di genere femminile della stessa lista, pena l’annullamento della seconda preferenza. Tale innovativa previsione non viola la Costituzione. Piuttosto, la finalità della nuova regola elettorale è dichiaratamente quella di ottenere un riequilibrio della rappresentanza politica dei due sessi all’interno del Consiglio regionale, in linea con i principi ispiratori del riformato art. 51, primo comma, Cost., e dell’art. 117, settimo comma, Cost., nel testo modificato dalla l. cost. 18 ottobre 2001, n. 3 (entrambi espressione del principio di uguaglianza sostanziale, di cui all’art. 3, secondo comma, Cost.). La Corte ha motivato la sentenza di rigetto della questione di legittimità costituzionale basandosi sui seguenti argomenti:

-   la disposizione campana, per la sua formulazione, non prefigura il risultato elettorale, ossia non altera la composizione dell’assemblea elettiva rispetto a quello che sarebbe il risultato di una scelta compiuta dagli elettori in assenza della regola contenuta nella norma medesima, né attribuisce ai candidati dell’uno o dell’altro sesso maggiori opportunità di successo elettorale rispetto agli altri;

-      i diritti fondamentali di elettorato attivo e passivo rimangono inalterati. Il primo perché l’elettore può decidere di non avvalersi della possibilità di esprimere la seconda preferenza, che gli viene data in aggiunta al regime della preferenza unica, e scegliere indifferentemente un candidato di genere maschile o femminile. Il secondo perché la regola della differenza di genere per la seconda preferenza non offre possibilità maggiori ai candidati dell’uno o dell’altro sesso di essere eletti, posto il reciproco e paritario condizionamento tra i due generi nell’ipotesi di espressione di preferenza duplice.

Se dunque ancora esiste uno spazio per la discussione in Consiglio regionale, e la proposizione di emendamenti, è bene che nella loro formulazione si tenga conto della necessità di rimanere all’interno dei confini che la giurisprudenza costituzionale ha indicato. Si deve trovare una soluzione che renda possibile il riequilibrio, ma non lo imponga; che abbia carattere promozionale, non coattivo. E questo per non incidere in alcun modo sulla libertà di voto degli elettori e delle elettrici e sulla parità di chances delle liste e dei candidati e delle candidate nella competizione elettorale.

Allo stesso tempo, come la Corte affermava già nel 1995, la finalità di conseguire una “parità effettiva” fra uomini e donne anche nell’accesso alla rappresentanza elettiva è “positivamente apprezzabile dal punto di vista costituzionale” e tale esigenza è espressamente riconosciuta anche nel contesto normativo comunitario ed internazionale (pensiamo ai Trattati istitutivi dell’Unione Europea e alla strategia per l’uguaglianza 2010-2015).

La frustrazione in questo momento è grande ma il tema della democrazia paritaria non è più eludibile e una legge elettorale che non ne tenesse conto andrebbe inevitabilmente incontro a rilievi, nonché a una marcata e fiera opposizione della società civile, con le donne in prima fila.

 

Sassari, 22 giugno 2013                                            

 

Comunicato stampa_Bocciatura doppia preferenza di genere_23.06.2013